Signor Presidente, Onorevoli Senatori, consentitemi innanzitutto di esprimere, anche in questa sede, a nome mio e di tutto il Governo, la solidarietà agli agenti rimasti feriti negli scontri di sabato scorso a Torino e, attraverso loro, a tutti gli appartenenti alle Forze di polizia impegnati nel difficilissimo compito di tutela dell’ordine pubblico. Comunicazioni rese oggi al Senato dal Ministro degli Interni, Matteo Piantedosi sugli incidenti avvenuti a Torino il 31 gennaio.
Come sapete, lo scorso sabato si è svolta a Torino una manifestazione di carattere nazionale, promossa dagli esponenti dell’antagonismo locale per esprimere solidarietà al centro sociale “Askatasuna”.
Corteo avrebbe costituito “una resa dei conti con lo Stato democratico”
È appena il caso di sottolineare che il centro sociale, dopo essersi caratterizzato per 30 anni di illegalità e di violenze perpetrate in tutta Italia, il 18 dicembre scorso è stato finalmente sgomberato, ponendo fine all’occupazione abusiva di un immobile di proprietà pubblica troppo a lungo tollerata.
Questa premessa non è secondaria. Ed infatti l’iniziativa di sabato era stata preceduta e preannunciata, lo scorso 17 gennaio, da una “assemblea nazionale” indetta da “Askatasuna” presso l’Università di Torino, a cui avevano partecipato circa 750 persone, fra le quali numerosi attivisti delle diverse anime dell’antagonismo nazionale, aderenti al sindacalismo di base, al movimento NO TAV e ai gruppi ambientalisti, rappresentanti della CGIL, del partito “Alleanza Verdi e Sinistra” e della locale comunità islamica.
In quella circostanza, nel rilanciare l’appuntamento per la “manifestazione nazionale” in solidarietà ad “Askatasuna”, proprio per lo sgombero subito, programmata per il successivo 31 gennaio a Torino, è stato sottolineato – cito testualmente – che il corteo avrebbe costituito “una resa dei conti con lo Stato democratico”, in quanto “lo sgombero di Askatasuna alza l’asticella dello scontro”.
Il 31 gennaio era stato definito “uno spartiacque, come una guerra di liberazione nazionale, nella prospettiva di un fronte allargato comprensivo della comunità araba e musulmana, diventate compagne di lotta”.
Su questi presupposti e con queste motivazioni, lo scorso venerdì 23 gennaio, alla Questura di Torino è giunta una mail con la quale i rappresentanti di “Askatasuna”, “Confederazione Unitaria di Base”, “Cobas” e “Rifondazione Comunista” hanno congiuntamente preavvisato l’iniziativa del 31 gennaio alla quale hanno partecipato complessivamente circa ventimila persone, una parte delle quali dichiaratamente afferenti all’antagonismo nazionale e proveniente da altri centri sociali, collettivi studenteschi, movimenti No Tav e movimenti pseudo ambientalisti anche stranieri.
Gli eventi del corteo con i conseguenti episodi di violenza
All’iniziativa hanno aderito anche il movimento Pro-Pal in solidarietà a Mohammed Hannoun, personaggio recentemente e tuttora incarcerato in quanto gravemente indiziato di coinvolgimento nel reato di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale, nonché esponenti del partito AVS.
Sabato sera, dopo aver seguito velocemente il percorso concordato, giunto nei pressi del quartiere Vanchiglia, il corteo si è fermato e, in quel frangente, circa millecinquecento soggetti si sono distaccati e, sfruttando l’oscurità, la scarsa visibilità dovuta all’accensione di fumogeni e la massa degli altri manifestanti (che in alcune circostanze hanno offerto loro uno scudo visivo), si sono travisati con caschi e passamontagna, deviando dal tragitto prefissato per dirigersi, con scudi di lamiera, verso il dispositivo di sicurezza delle Forze di Polizia.
All’indirizzo delle stesse, è iniziato il fitto lancio di pietre, bottiglie, bombe carta, artifici pirotecnici, e materiale recuperato dalla sede stradale, che hanno visto tutti e che ha costretto le Forze dell’ordine a ricorrere a idranti, lacrimogeni e mirate azioni di alleggerimento.
Nello stesso contesto, i facinorosi hanno aggredito una troupe televisiva, distruggendone le attrezzature di ripresa ed è stato anche dato alle fiamme un veicolo della Polizia, mentre – come documentato dalle immagini circolate sui media – un operatore del Reparto mobile di Padova, dopo essere stato privato di casco e di scudo, è stato circondato e atterrato da una decina di manifestanti travisati e colpito ripetutamente con calci, pugni, bastonate e colpi di martello.
Va sottolineato che nel corso degli scontri, alcuni gruppi di antagonisti hanno cercato di penetrare il centro storico attraverso alcune strade secondarie, con il probabile intento di portarvi la loro furia devastatrice, ma sono stati respinti dalle Forze di Polizia.
Dopo oltre un’ora di violente aggressioni la maggior parte dei facinorosi è rientrata nel corteo che ha proseguito nella zona di Regio Parco dove si sono registrate ulteriori violenze, sfociate anche in danneggiamenti ad arredi urbani, alla sede di una filiale di una banca e di un supermercato.
Il bilancio degli incidenti è di 108 feriti tra gli operatori delle Forze dell’ordine, di cui 96 della Polizia di Stato, 5 dei Carabinieri e 7 della Guardia di Finanza.
All’esito di una primissima attività d’indagine, subito avviata e tuttora in corso, sono state sottoposte a fermo 27 persone, 24 delle quali denunciate per resistenza a pubblico ufficiale in servizio di ordine pubblico, porto di armi improprie, travisamento e inottemperanza ai provvedimenti dell’autorità.
Tre persone sono state tratte in arresto per resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Sono di queste ore le notizie delle prime valutazioni giudiziarie sugli arresti.
Tra di esse anche un ventiduenne che, dall’analisi dei filmati acquisiti, risulta aver partecipato all’aggressione dell’agente di polizia e alla sottrazione al medesimo dello scudo e della maschera antigas, motivo per il quale il giovane è stato anche denunciato per rapina in concorso.
Ai denunciati è stato, altresì, sequestrato materiale usato negli scontri come chiavi inglesi, coltelli, sassi, e indumenti per il travisamento.
Ovviamente proseguono le indagini della Digos di Torino finalizzate a individuare e ad assicurare alla giustizia anche gli altri responsabili delle violenze.
Misure di controllo del territorio
L’analisi delle informazioni e dei dati acquisiti circa le possibili criticità della manifestazione programmata a Torino da organizzazioni dell’estrema sinistra e da ambienti antagonisti per protestare contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna avevano indotto le autorità locali di pubblica sicurezza a realizzare un efficace dispositivo per intercettare preventivamente l’arrivo di manifestanti violenti.
Il Ministero dell’Interno aveva disposto l’invio di una rilevante aliquota di rinforzo (circa 1.000 unità dei Reparti delle Forze di Polizia) e, nello stesso tempo, sono state disposte attente misure di controllo del territorio e monitoraggio delle stazioni ferroviarie, dell’aeroporto, dei caselli autostradali e dei valichi di frontiera proprio per intercettare, con il supporto delle attività informative delle Autorità di Polizia dei luoghi di partenza, l’arrivo di soggetti noti per precedenti specifici.
Questo grande lavoro svolto ha evitato che si verificassero danni ben più gravi che erano nei programmi dei manifestanti, riducendo, altresì, il fronte degli aggressori violenti.
L’efficacia del dispositivo organizzato dalla Questura di Torino è testimoniata dall’identificazione di circa 800 persone, di cui più di 50 straniere, nelle ore antecedenti lo svolgimento della manifestazione, e dall’emissione di 30 fogli di via, 10 avvisi orali e 7 divieti di accesso alle aree urbane (Dacur).
Questo è quanto ha consentito l’applicazione della normativa vigente.
Si è proceduto, inoltre, a sequestrare materiali che altrimenti sarebbero stati impiegati per creare disordini.
Più in generale, le azioni messe in campo hanno di sicuro evitato penetrazioni e devastazioni nel centro storico della città e hanno impedito l’occupazione delle stazioni ferroviarie cittadine, che si è saputo essere tra gli obiettivi di questi facinorosi.
Strategia che mira a innalzare il livello dello scontro con le istituzioni
Quanto accaduto a Torino sollecita alcune riflessioni di carattere generale sul tema dell’ordine pubblico e della sicurezza e sull’evoluzione delle dinamiche dei gruppi di antagonisti presenti nel nostro Paese.
Credo sia evidente che le nostre Forze di polizia garantiscono il diritto costituzionale di manifestare liberamente e lo fanno sempre con grande professionalità ed equilibrio, anche quando è a rischio la loro stessa incolumità.
Ebbene, con il Governo in carica le manifestazioni di piazza sono aumentate significativamente per numero e partecipazione, sicuramente anche in ragione del difficile contesto internazionale che stiamo vivendo.
Ciò nonostante, qualcuno si è, da qualche tempo, persino avventurato nel sostenere che, con il Governo Meloni, si sia realizzata una stretta sull’esercizio della libertà di manifestare. È vero esattamente il contrario.
Rispetto a questo aumento di manifestazioni, cosa ben diversa è registrare la crescente propensione ad aggredire i poliziotti e devastare le città, come purtroppo accade sempre più di frequente negli ultimi tempi.
Azioni queste che sicuramente vanno punite con sanzioni e strumenti efficaci.
Inoltre, un dato che emerge dal lavoro preventivo delle nostre Forze di polizia è che disordini, violenze, danneggiamenti e devastazioni sono, al di là delle motivazioni contingenti di volta in volta annunciate, il vero obiettivo perseguito in molte occasioni.
In altre parole, siamo di fronte a una strategia che mira a innalzare il livello dello scontro con le istituzioni e che, attraverso i disordini e la violenza, punta a compattare la galassia anarco-antagonista e a galvanizzarne gli aderenti.
È possibile dire che stiamo registrando un innalzamento del livello dello scontro che, per certi versi e pur con delle varianti, richiama dinamiche squadristiche e terroristiche che hanno caratterizzato alcune fasi del nostro passato.
E, in questo contesto, converrete che appare non priva di irresponsabilità la sottovalutazione della gravità della situazione che ha persino portato qualcuno (in alcuni frangenti e senza troppe prese di distanza) a sollecitare la rivolta sociale.
Lavoriamo a più efficaci azioni di prevenzione
Ciò detto, credo sia evidente che le vergognose scene a cui abbiamo assistito sabato scorso richiamino innanzitutto l’attenzione sulla necessità, per il futuro, di depotenziare i gruppi organizzati di facinorosi prima ancora che possano mettersi all’opera e innescare spirali di violenza.
È questo uno degli obiettivi del pacchetto di norme che ci apprestiamo a proporre.
Stiamo lavorando all’introduzione di specifiche misure finalizzate a rendere ancora più efficace l’azione di filtro e prevenzione, come il fermo di polizia per soggetti potenzialmente pericolosi di cui siano già conoscibili intenzioni e attitudini.
Strumenti del genere, del resto, sono presenti in alcuni ordinamenti europei senza che nessuno gridi all’attentato alla democrazia.
E pensare che queste misure oggi vengono criticate da chi attribuisce gli incidenti esclusivamente ad asseriti deficit di prevenzione e non, come avvenuto, ad una precisa determinazione criminale di chi ha posto in essere le violenze.
Ed ancora, pensiamo a norme in grado di salvaguardare non solo gli agenti vittime di aggressioni, ma anche tutti i cittadini, senza per questo creare scudi di tipo immunitario.
Uno Stato che non si predisponesse a proteggere la sicurezza dei suoi cittadini e che non si facesse carico di tutelare adeguatamente le Forze di polizia preposte a garantirla, verrebbe meno alla sua funzione più importante.
In uno Stato costituzionale di diritto come l’Italia, le Forze di polizia sono un baluardo della democrazia e della libertà. Esse non chiedono immunità, ma non devono essere bersagli mobili della delinquenza e devono anche poter operare senza essere gravate da una costante e sistematica presunzione di colpevolezza.
Quanto avvenuto a Torino dimostra in modo chiaro che siamo ormai di fronte a episodi di violenza organizzata contro lo Stato, contro le Forze dell’ordine, rispetto ai quali non ci possono essere ipocrisie, silenzi o ambiguità, ma solo una ferma condanna.
Tutti devono prendere atto che non ci troviamo più in presenza di modalità più o meno discutibili dell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, bensì ad una vera e propria, sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico.
Segnalo e ritengo che non debba essere considerato secondario che la stessa manifestazione era stata indetta per protestare contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, vale a dire contro un’operazione di ripristino della legalità, persino tardiva, e finalizzata alla restituzione alla pubblica fruizione di tutti i cittadini di un bene che era stato proditoriamente e abusivamente occupato da facinorosi.
Alla luce di tale considerazione, va valutato il sostegno dato alla manifestazione da coloro i quali ora intendono rimarcare la propria distinzione rispetto ai manifestanti violenti.
E, dunque, è bene uscire da un’ulteriore ipocrisia riguardante la presunta differenza e distanza tra questi delinquenti e la gran parte dei cosiddetti manifestanti pacifici: le Forze di polizia riferiscono che a Torino, nel momento in cui la manifestazione si è predisposta alle violenze, molti dei cosiddetti manifestanti pacifici hanno fatto scudo fisico, anche aprendo gli ombrelli, per impedire che potessero essere visti i gruppi più violenti nel momento in cui si travisavano e si attrezzavano per l’assalto e per resistere ai lacrimogeni della polizia.
Lo stesso corteo ha avuto una progressione caratterizzata da una velocità che oggi, alla luce dei fatti accaduti, lascia ipotizzare un intendimento di dare copertura e di portare al più presto la manifestazione verso il principale obiettivo che era quello degli scontri.
I disordini di sabato confermano il vero volto degli antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente, talvolta anche grazie a coperture politiche ben identificabili.
Credo che chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità.
E credo che faccia altrettanto chi, più in generale, si avventura in riflessioni sociologiche sulla necessità di garantirne di fatto l’agibilità politica, assicurando loro anche spazi di proprietà pubblica sul ritenuto presupposto dell’asserita utilità sociale delle loro attività.
Askatasuna ha rivendicato le azioni illegali
Ebbene costoro dovrebbero tener conto che, così facendo, si offre complicità e copertura a questi gruppi organizzati, di fatto rendendo poi alquanto difficile separarne, almeno in quota parte, le rispettive responsabilità.
Tanto più che Askatasuna, con un comunicato, ha rivendicato le azioni illegali poste in essere durante il corteo, esprimendo solidarietà ai tre arrestati.
Altro aspetto tutt’altro che secondario.
E con ciò ribadendo pubblicamente quale fosse l’obiettivo della manifestazione.
Ma vorrei dire qualcosa anche su quanto emerso in alcuni punti della discussione pubblica. Su alcuni organi di stampa, ho sentito ipotizzare da alcuni commentatori, che, a Torino, la gestione dell’ordine pubblico avrebbe evidenziato qualche forma di impreparazione o addirittura di eccessivo uso della forza.
Io respingo tali ipotesi con la massima decisione. E lo faccio non per la difesa della reputazione del ministro di turno, ma del lavoro e della professionalità di decine e centinaia tra prefetti, questori e dirigenti di polizia, che ci hanno lavorato anche a rischio della propria incolumità.
Ho detto nell’informativa e ripeto che, se a Torino, come del resto in qualunque altra città, ci si fosse fatti cogliere di sorpresa o se le autorità locali di pubblica sicurezza non avessero impiantato un efficace dispositivo di prevenzione, ben più gravi sarebbero state le conseguenze, il grado delle devastazioni e il livello della violenza.
La verità è che in Italia, a prescindere dal colore politico dell’Esecutivo, le Forze di polizia gestiscono le manifestazioni di piazza sempre con equilibrio, professionalità, prestando grande attenzione ai criteri di proporzionalità ed adeguatezza nella modulazione dei dispositivi predisposti.
Anche in queste specifiche attività dedicate a tutelare la sicurezza dei cittadini e, insieme, a garantire la libertà di manifestazione del pensiero, le nostre Forze di polizia hanno acquisito e sviluppato un livello di competenze, di conoscenze e di sensibilità, riconosciuto anche a livello internazionale
Aggiungo che, in Italia, l’applicazione della forza coattiva da parte delle Forze di polizia costituisce da sempre l’extrema ratio e, in ogni caso, essa è tenuta al livello minimo indispensabile, date le circostanze.
Gli incidenti provocati da Askatasuna e dai suoi fiancheggiatori hanno acceso, come dicevo, un ampio e significativo dibattito pubblico. In questo confronto emergono alcune argomentazioni ricorrenti che meritano di essere affrontate con chiarezza.
C’è chi ha persino adombrato l’idea che le violenze siano state in qualche modo organizzate, o quantomeno tollerate, dal Governo per poter poi varare più agevolmente nuove norme. È un’accusa evidentemente grave e strumentale .
È un’insinuazione indegna e priva di qualsiasi riscontro nella realtà, che si scontra con un dato oggettivo e incontrovertibile: le violenze di matrice antagonista, di cui Askatasuna e altri centri sociali sono protagonisti, non nascono con l’attuale Governo.
Sono oltre trent’anni che questi episodi si ripetono con regolarità, cavalcando di volta in volta temi diversi: TAP, TAV, alternanza scuola-lavoro, Expo, ambientalismo, immigrazione, Medio Oriente.
Cambiano le argomentazioni, ma lo stile, o meglio il metodo squadrista, resta lo stesso. I militanti di questi centri sono infatti professionisti del disordine fine a sé stesso, criminali in servizio permanente effettivo. Le loro azioni sono frutto delle loro scelte, delle loro attitudini e delle loro responsabilità. Sono delinquenti per conto proprio Non agiscono per conto del Governo. e da quando questi gruppi hanno iniziato a distinguersi per la loro violenza, di governi ne sono passati molti, di ogni colore politico.
Quindi sostenere che si tratti di pedine manovrate da un livello occulto superiore serve solo a spostare l’attenzione, a costruire alibi e, in ultima analisi, a difendere Askatasuna e i suoi fiancheggiatori.
Un’altra argomentazione ricorrente nel dibattito riguarda la presunta “responsabilità” di quanto accaduto, che alcuni commentatori attribuiscono al Governo e alle Forze di polizia, colpevoli – secondo questa lettura – di non aver impedito gli incidenti.
Ricacciamo indietro l’illazione che i poveri poliziotti siano mandati allo sbaraglio da questori, prefetti e -magari- dal sottoscritto. Sono le accuse di chi ignora come funziona l’ordine pubblico e di chi dimentica la storia della violenza politica nel nostro Paese, prospettando una inesistente ‘eccezionalità’ rispetto agli incidenti provocati dagli antagonisti.
D’altronde, è un riflesso purtroppo diffuso nel nostro Paese: attribuire sempre allo Stato la colpa di tutto.
È un modo comodo per deresponsabilizzare i violenti e per evitare un’analisi seria dei fatti. Io credo che se un teppista tenta di uccidere un poliziotto, la responsabilità sia del teppista, non del poliziotto. Io credo che se una persona commette un reato, la colpa sia di chi lo commette, non della pattuglia che in quel momento non si trovava in quel punto preciso.
Dare la colpa allo Stato è spesso un modo per assolvere i colpevoli e, allo stesso tempo, per assolversi.
Va inoltre ricordato nuovamente che queste violenze non sono comparse in questa legislatura. Anche in passato, chiunque si sia occupato di ordine pubblico si è trovato a fronteggiare questi gruppi, con difficoltà e risultati non molto diversi.
Il problema non è contingente. Il problema sono questi delinquenti, squadristi che non vanno guardati con accondiscenza.
L’ultima riflessione emersa nel dibattito è forse la più rilevante e rappresenta uno spunto per fare di più e meglio. Ha preso la forma di una domanda: perché non si riesce a fermare preventivamente chi ha precedenti per violenze? Ed ancora: come si può impedire a un teppista di infiltrarsi tra manifestanti pacifici e rovinare una mobilitazione legittima? Ebbene: questo è un obiettivo che il Governo condivide pienamente. Tutti abbiamo interesse a impedire il più possibile che pochi violenti trasformino una manifestazione in un pretesto per il caos, facendo sì che nei giorni successivi si parli solo degli scontri e non delle ragioni per cui tanti cittadini erano scesi in piazza.
Ma per fermare preventivamente chi è determinato a creare disordini, le forze dell’ordine hanno bisogno di strumenti giuridici chiari.
Serve una norma che consenta un vero ed efficace intervento preventivo. Per fermare preventivamente ci vuole un fermo preventivo. Il Governo intende introdurre una misura che va proprio in questa direzione: impedire a chi è noto per comportamenti violenti di infiltrarsi e colpire. L’auspicio è che tutti gli attori istituzionali, politici e sociali contribuiscano in modo responsabile a questo percorso.
È arrivato il momento per tirare una netta linea di demarcazione: da una parte chi vuole isolare i violenti, dall’altra chi, vuole lasciarli liberi di infiltrarsi e inquinare manifestazioni che potrebbero e dovrebbero essere invece del tutto pacifiche e legittime, nell’interesse di chi le organizza e le partecipa.
C’è poi chi contesta la matrice eversiva del movimento antagonista che si coagulato attorno ad Askatasuna. Segnalo nuovamente che nella fase di preparazione della manifestazione è stato detto chiaramente che la manifestazione del 31 gennaio rappresentava – cito testualmente – “la resa dei conti con lo Stato democratico”.
Non la sostituzione di un ministro, non la caduta del governo, non la rivendicazione di una battaglia sociale. Ripeto: vogliono la “resa dei conti” nei confronti di un nemico che per loro è lo “Stato democratico”.
Comunque sarà massimo l’impegno affinché questa vile aggressione non resti impunita ed abbia la risposta che merita da parte dallo Stato.
Anche nei momenti più difficili della nostra storia repubblicana le istituzioni e tutte le forze politiche hanno avuto la maturità e la capacità di attingere ad una riserva di saggezza e di equilibrio nell’interesse generale dei cittadini, anche in presenza di forti contrapposizioni ideologiche e di rilevanti tensioni sociali.
Non è mai venuto meno l’obiettivo di scongiurare l’uso della violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti sociali per evitare il rischio di forme di deviazione del confronto politico dal suo naturale alveo democratico.
E sarebbe grave se qualcuno derogasse da questa linea di fermezza contro la violenza politica, soltanto perché alla guida del Paese c’è un Governo di Centro-Destra.
Pertanto, credo che l’unanime condanna alle aggressioni e alle violenze viste a Torino rappresenti un indispensabile segnale di responsabilità e di moderazione, senza il quale si rischia solo di inasprire il confronto e offrire il pretesto a chi vuole alimentare lo scontro.
L’auspicio è, dunque, che tutte le forze politiche presenti in Parlamento riescano a trovare una sostanziale convergenza e condividere posizioni comuni per respingere, senza ipocrisie o infingimenti, ogni tentazione di blandire o giustificare queste espressioni eversive e antidemocratiche, sostenendo le Forze di Polizia attraverso l’individuazione di ulteriori misure di tutela da ogni violenza e forma di aggressione.