La speculazione in atto sui prezzi dei carburanti è il risultato di azioni preventive da parte delle compagnie petrolifere che, dopo lo scoppio del conflitto in Medio Oriente, hanno iniziato a rivedere le tabelle dei costi stimando una domanda in calo. Un pretesto che le compagnie hanno colto al volo ma che, in realtà, stanno subendo già da qualche mese con il calo delle importazioni e quindi della domanda. Sì perchè le vendite di greggio e gas naturale registrano flessioni consistenti così come confermano i dati delle importazioni in Italia, mentre il prezzo del petrolio continua a stazionare stabilmente sopra i 100 dollari al barile, oggi a 107 dollari.
Secondo l’Istat, infatti, nel mese di gennaio 2026 si stima una riduzione congiunturale delle importazioni dell’1,3%, mentre le esportazioni sono pressoché stazionarie (-0,1%). Nel trimestre novembre 2025-gennaio 2026, invece, rispetto al precedente, l’export è sostanzialmente stabile (-0,1%), mentre l’import si riduce del 2,2%. A gennaio 2026 l’export flette su base annua del 4,6% in valore e del 5,8% in volume, mentre le importazioni registrano una riduzione tendenziale del 7,4% in valore, che coinvolge in misura più ampia l’area extra Ue (-13,9%), rispetto a quella Ue (-2,0%); in volume, le importazioni si riducono del 2,9%.
Calo tendenziale import dovuto ad acquisto petrolio greggio
Nell’analisi dei dati l’Istituto di statica precisa che “il più ampio calo tendenziale dell’import è per oltre la metà dovuto ai minori acquisti di prodotti chimici e petrolio greggio“. A gennaio 2026, infatti, la riduzione su base mensile dell’import pari all’1,3% si deve ai minori acquisti di beni intermedi (-5,4%) ed energia che segna una flessione del 5,7% e nella quale sono calcolate le voci relative all’industria estrattiva di materie prime energetiche (petrolio, gas naturale, lignite), l’industria della raffinazione, la produzione di energia elettrica, gas e acqua, vapore, la raccolta, depurazione e distribuzione dell’acqua. La riduzione degli acquisti di petrolio greggio e gas naturale, poi, dai paesi OPEC spiega per 1,5 punti percentuali il calo tendenziale delle importazioni.
La conferma della tendenza speculativa sui prezzi viene poi dall’andamento dei prezzi delle importazioni relative ad un periodo antecedente allo scoppio del conflitto. A gennaio 2026 i prezzi all’importazione dei beni di consumo sono addirittura diminuiti dello 0,7% su base mensile (-0,8% Area euro, -0,5% Area non euro); su base annua, flettono del 2,0% (-1,6% Area euro, -2,6% Area non euro). I prezzi all’importazione dei beni strumentali registrano un aumento congiunturale modesto (+0,1%; +0,3% Area euro, -0,2% Area non euro); in termini tendenziali, la loro quasi stazionarietà (-0,1%) è sintesi di dinamiche contrapposte per le due aree, euro (+1,0%) e non euro (-1,6%). I prezzi all’importazione dei beni intermedi crescono dell’1,1% su base mensile (+0,5% Area euro, +1,8% Area non euro) e dello 0,5% su base annua (-0,5% Area euro, +1,5% Area non euro).
Sui prezzi alle importazioni flessioni nei prodotti petroliferi raffinati
Nell’ambito dei settori manifatturieri si registrano flessioni tendenziali diffuse ma guarda caso le più ampie riguardano fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-9,5% Area euro, -5,9% Area non euro), fabbricazione di prodotti chimici (-3,9% Area euro, -4,9% Area non euro), fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (-4,9% Area non euro), industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-4,4% Area non euro) e altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine e apparecchiature (-3,8% Area non euro).
Gli incrementi tendenziali maggiori, invece, si rilevano per metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+4,5% Area euro, +10,1% Area non euro), fabbricazione di mezzi di trasporto e industria del legno, della carta e stampa (rispettivamente, +2,5% e +1,8% Area euro).