Mafie: Colosimo, degrado urbanistico incentiva le realtà criminali

«Il contesto e l’assetto urbanistico in cui si vive e si cresce influisce sulle realtà criminali». È il punto di partenza indicato dalla presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, intervenuta alla Casa dell’Architettura di Roma al convegno “A 50 anni dalla Relazione di minoranza – Una lezione ancora aperta”, promosso dal Comitato d’Onore dell’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia per la Giornata dei Diritti.

A cinquant’anni dalla storica Relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia, l’incontro ha riportato al centro del confronto l’evoluzione delle organizzazioni mafiose, le loro capacità di adattamento e il rapporto sempre più stretto tra criminalità, economia, trasformazione urbana e territorio. Un confronto che ha visto anche la partecipazione, tra gli altri, di Luciano Violante, Raffaele Grassi e Carlo Villani.

«Ci sono territori di Roma, la mia città, che oggettivamente sono diventati sacche per la criminalità organizzata – ha sottolineato Chiara Colosimo -. Non mi riferisco solo alle famose piazze di spaccio, ma al degrado e alle costruzioni impattanti: penso a Corviale, agli ex “ponti” del Laurentino 38, alle torri di Tor Bella Monaca e a tanti altri quartieri. Oggi la città è ricca di territori che avrebbero profondo bisogno di bellezza. In questo contesto però desidero evidenziare l’importanza del progetto “Liberi di scegliere”. Si tratta di una delle innovazioni più significative dell’ultimo periodo nella legislazione antimafia: la scelta di offrire una nuova identità a chi sceglie di non rimanere mafioso, la possibilità di revocare la responsabilità genitoriale ai mafiosi che insegnano la cultura criminale e, allo stesso tempo, l’opportunità di dire alle donne che intendono ribellarsi al clan che, se desiderano allontanarsi con i propri figli, lo Stato fornirà loro una nuova identità, una nuova casa e un nuovo lavoro per ricominciare sotto un altro nome. La lezione di Pio La Torre e Cesare Terranova – ha concluso Colosimo – rimane un riferimento metodologico essenziale: un invito a non disgiungere mai l’analisi giudiziaria dalla valutazione del contesto storico, sociale e geografico in cui la criminalità organizzata opera».

Il rapporto tra legalità, qualità urbana e responsabilità della professione è stato al centro anche dell’intervento del presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia, Christian Rocchi. «Perché l’Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di Roma e provincia si occupa del tema della legalità? La risposta appare evidente: nessun ente, pubblico o privato che sia, dovrebbe allontanarsi dal concetto di bene comune, che troppo spesso una cultura dedita al profitto sopra ogni altra cosa ritiene essere terreno di conquista privata.  Eppure questi dieci anni di attività dell’Ordine ci pongono di fronte a un’evidenza preoccupante: molti di noi vivono la cosa pubblica non sentendola cosa propria. Si lascia così spazio a coloro che ne fanno mercimonio e la usano come culla di una cultura che rappresenta un’alternativa allo Stato. Negli eventi da noi realizzati proprio sul tema di legalità e prevenzione, abbiamo sottolineato che costruire quartieri senza servizi, senza infrastrutture e spesso abbandonarli a se stessi significa lasciare un vuoto di amministrazione pubblica. È proprio lì che diventa facile per la criminalità inserirsi e proporre una visione alternativa a quella costituzionale di progresso sociale: una visione di prevaricazione che mira non al bene comune, ma all’arricchimento senza scrupoli, a danno di tutti.  Questi sono i vuoti da colmare grazie a una pianificazione attenta ai giovani che, crescendo, saranno i futuri cittadini. Nessuna disattenzione deve essere permessa sulla corretta costruzione della città, che deve dare possibilità e non toglierle».

Sul ruolo degli architetti come presidio di legalità è intervenuto anche Alessandro Panci, presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC. «Noi siamo dei presìdi all’interno della pubblica amministrazione. Sappiamo quanto è delicato il mondo degli appalti e, di conseguenza, questo è uno dei nostri compiti primari: vigilare, fare attenzione. L’altro è legato a quello che noi possiamo portare sui territori con gli strumenti che abbiamo a disposizione, attraverso progetti di rigenerazione, di recupero, di valorizzazione dei territori. A volte può essere anche organizzare dei festival, sollecitare sensibilità, il risanamento degli spazi pubblici, fino al recupero di edifici sottratti alla criminalità e riconsegnati alla cittadinanza. Attività di carattere sociale in grado di dare delle alternative, dare una possibilità di evolversi, comprendere che si può crescere in maniera diversa».

A riportare il confronto sulla lezione storica della Relazione di minoranza è stato Raffaele Grassi, prefetto, vicecapo della Polizia e direttore centrale della Polizia Criminale. «Quella relazione, firmata tra gli altri da Pio La Torre e Cesare Terranova conteneva un’intuizione che a quei tempi suonava quasi eretica e che oggi è il fondamento del nostro lavoro: le mafie non sono soltanto un fenomeno criminale, ma sono un autentico potere economico. Sono accumulazione di ricchezza, sono controllo dei mercati, sono capacità di infiltrare le istituzioni attraverso la corruzione. L’intuizione di seguire il denaro, dopo 50 anni è l’unica bussola possibile. Le mafie sparano molto meno di un tempo e si annidano dove si muovono grandi risorse e dove si trasformano i territori: nell’edilizia, negli appalti, nella rigenerazione urbana. La relazione di minoranza denunciava con parole durissime il “sacco di Palermo”. Oggi, la trasformazione delle nostre città, sostenuta da fondi pubblici senza precedenti, rappresenta al tempo stesso una straordinaria opportunità e un terreno esposto a rischi. Voi architetti non siete spettatori di questa partita: la trasparenza di un progetto, la correttezza di una procedura, la qualità di un piano urbanistico sono anch’esse antimafia. Siete, nel senso più pieno, sentinelle di legalità».

Un’evoluzione profonda del fenomeno mafioso è stata evidenziata anche da Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei deputati e presidente della Commissione antimafia dal 1992 al 1994: «Oggi è in atto un processo di arretramento della stessa percezione pubblica delle minacce mafiose. Perché la mafia si è “interrata”: non si vede, non uccide più — o non c’è bisogno che uccida — e si mimetizza molto bene, pur essendo ben presente in tutta Italia. Si avvale delle reti clandestine digitali per quanto riguarda il trasferimento di risorse e fondi, utilizza sistemi crittografati e fa ampio uso di tutte le tecnologie digitali per poter operare, un autentico moltiplicatore della pericolosità delle reti criminali. Non c’è intercettazione telefonica che tenga; è difficilissimo individuare i flussi di denaro che passano attraverso canali crittografati. Incontri come questo servono a farci capire che la mafia è un fenomeno con radici profonde, che si trasforma nel tempo e nei confronti del quale bisogna prestare un’attenzione altissima».

Sul fronte delle indagini e del contrasto ai patrimoni illeciti si è soffermato Carlo Villani, procuratore di Velletri: Oggi la sfida principale si è spostata sul riciclaggio dei proventi illeciti, legati in massima parte al traffico internazionale di stupefacenti: un settore finanziario imponente, dove il guadagno sul capitale investito può moltiplicarsi fino a mille volte. A Roma, ad esempio, la vastità del territorio e della popolazione genera un volume d’affari legato allo spaccio pari o superiore a quello di altre realtà storiche. La tracciabilità di questi flussi si fa complessa con l’uso di canali telematici e criptovalute. Se la relazione di minoranza descriveva una mafia prevalentemente rurale e la borghesia fondiaria dell’epoca, oggi le organizzazioni criminali si sono profondamente trasformate. Gli strumenti che il legislatore ci ha fornito — comprese le intercettazioni, sulle quali occorre mantenere un doppio binario differenziato che tuteli la riservatezza ordinaria senza privare le indagini sugli assetti mafiosi di un mezzo essenziale — unitamente all’eccellenza della nostra polizia giudiziaria, ci permetteranno di guidare questa lotta verso il traguardo auspicato da Giovanni Falcone: dimostrare che la mafia, in quanto fenomeno umano, ha avuto un inizio e avrà inevitabilmente una fine».